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Era giovedì di esattamente un anno fà.

Il Primo Ministro britannico, dopo aver fatto il solito discorso alla cittadinanza informando il mondo delle sue dimissioni, scomparve; come è solito accadere nel mondo politico anglosassone. Le prime reazioni vennero dal nostro ex Primo Ministro italiano Matteo Renzi, l'ex Presidente americano Barack Obama, l'ex Presidente francese Fançois Hollande.

Oggi, 23 giugno 2016 è tutto diverso. Tutto, a parte una cosa. Doveva essere l'inizio della fine. Avremmo dovuto studiarla come la data che avrebbe cambiato il mondo. Ma l'Unione Europea, in questi 365 giorni è diventata più forte.

Non c'è molto da stupirsi, la miglior cosa in politica, dopotutto, è avere un nemico ben chiaro da affrontare. La Brexit sarebbe potuto essere l'inizio della fine, oppure l'alba di un nuovo giorno. Sebbene il biennio 2016-2017 potrebbe essere benissimo considerato come una stasi della politica europea, principalmente causa elezioni nei paesi più importanti (dovevamo esserci anche noi in quella lista), l'Ue e i suoi stati membri hanno reagito al meglio. Non c'è stato nessun contatto diretto tra Gran Bretagna e stato membro, nessun accordo politico di cui uno solo poteva beneficiare a discapito degli altri 27 (o 26). Si è sempre fatto intendere che questo processo, novità assoluta, andava trattato con attenzione, rigore e rispetto. Rispetto prima di tutto per quel 54% di cittadini a cui è stato chiesto cosa ne pensavano. Bisogna partire da quel dato, a mio avviso. Possiamo veramente affidarci alla pratica "50%+1" ? Si può veramente dire che i cittadini britannici hanno scelto il loro futuro? Rispondere a queste domande non è semplice, tant'è che prima di tutti l'ostacolo che il nuovo esecutivo inglese ha dovuto affrontare era proprio al suo interno. Le sue regole. Il passaggio per il Parlamento non era scontato, evidentemente. Ma necessario. Perchè sì, lo stato di diritto viene prima delle necessità dei cittadini. Ce lo insegna il processo di integrazione europea, dove forse il più grande sforzo e promotore di tale traguardo, tutt'ora in movimento (per non dire "in cammino") è venuto proprio da quei "tecnici" rappresentanti di nessuno e nessuna causa. Ma responsabili di un impegno più grande, il rispetto delle regole comuni.

Poi viene, certamente, la politica. Come dimenticarsi della plenaria a Bruxelles subito dopo i risultati referendari? Ormai la frattura si era delineata. Dal dopo Brexit è stato evidente che una certa forza politica ha lavorato per cercare di mettere in difficoltà l'Ue, di dimostrarne tutti i suoi limiti, i suoi difetti, le sue inefficienze. Dall'altra parte, c'era chi, coi limiti dei poteri delle Istituzioni europee, e un po' timidamente, subiva i colpi. Ancora una volta si è dimostrato come da soli, nessuno avrebbe retto. La retorica europea, pro o contro poco ha importanza, ha retto solo perchè ha portato il dibattito politico ad un livello sovranazionale. C'erano finalmente, vorrei dire dei partiti politici, ma mi limito a segnalare i gruppi parlamentari, che difendevano la Commissione, chi attaccava il metodo, chi non ci stava più, chi chiedeva più collaborazione. Si è visto, va detto, abbastanza paradossalmente, una discussione europea in ogni stato membro. Euroscettici li abbiamo chiamati dentro casa nostra. Ma la realtà è che sono sempre stati lì. Solo non avevano possibilità di esprimersi. Il Parlamento Europeo è diventato un vero interlocutore, un incubatore di discussioni per ciò che la Brexit comporterà. La Commissione ha garantito l'integrità delle Istituzioni, sebbene abbia perso per strada il suo ruolo "di guida". Il White paper sul futuro dell'Europa è stato, sotto questo punto di vista, un'occasione sprecata. Ma andava, sempre, nella stessa direzione. Voi, cittadini, partiti politici, società civile, esperti e chi più ne ha più ne metta, diteci cosa volete fare. Ma voi EUROPEI. L'arena politica era stata delineata. Ormai c'era solo da capire chi si sarebbe messo in gioco.

Ci è voluta un'altra notizia forte per far scatenare veramente il timore che qualcosa potesse andare storto. Non solo in Europa questa volta. L'elezione di Donald Trump ha lasciato perplessi più gli altri paesi del mondo che gli Stati Uniti stessi. Non si era ancora capito quanto, ormai, fosse possibile che qualcuno che predicasse il ritorno al passato potesse veramente fare appeal sulla gente. Dopotutto, perchè fidarsi di chi li ha portati nella situazione in cui sono adesso? E' stata questa la sfida che alcuni politici europei hanno dovuto affrontare. E l'hanno tutti vinta. L'Austria, poi l'Olanda, infine la Francia. Dovevano essere tutti parte di quel progetto che avrebbe fatto affondare il sogno dei nostri padri fondatori. Eppure i cittadini sono stati chiari. Chiarissimi in alcune occasioni.

Ora pensiamo già al domani, si parla di un "debito pubblico europeo" di "difesa comune". Ma non possiamo procedere in avanti senza prima analizzare ed archiviare ciò che ci ha fatto preoccupare non poco; va detto, il rischio che l'Unione Europea cominciasse veramente la sua fase di declino era costate e presente. La via intergovernativa non funziona più. Non lo ha mai fatto, tanto meno lo può fare ora. E' la prima cosa da dire questa. Tutti i corpi intermedi che si sono mobilitati in questo anno, e che si spera continueranno a farlo, lo hanno fatto perchè hanno visto un'occasione. Si è cominciato a parlare di temi, di politiche, di futuro. Ambiente, difesa, energia, modelli istituzionali di governo. La crisi finanziaria nella quale il nostro continente è ricaduto ha messo in difficoltà tutti, i cittadini nel richiedere ai leader il tipo di risposta che loro necessitavano, i governanti nel rispondere dei loro precedenti sbagli. La pratica del "ce lo chiede l'Europa", quella ha rischiato di affondarci tutti. L'idea che "uno vale uno" ha portato alla prassi dell'unanimità quasi in tutte le scelte comunitarie. L'illogica prospettiva di riuscire ad arginare i problemi chiudendosi in se stessi, non interpellando la società (quella che dovrebbe essere la cittadinanza europea) ha permesso l'ampliarsi di una narrazione europea negativa. La disinformazione, la rabbia, il bisogno di avere risposte (mi verrebbe da dire, il bisogno che qualcuno le dia prima di tutto). Sono questi i problemi che bisognerà affrontare prima di dire "Sì, l'abbiamo scampata".

Un anno dopo le riflessioni sono tante, i fatti ancora pochi. In questi ultimi 12 mesi le prospettive europee si sono completamente capovolte, e nulla ci dice che non possa accadere anche l'esatto contrario. Bisogna essere più forti dopo che si è caduti. Bisogna essere consapevoli che l'unico vero futuro, quello in cui i cittadini europei sono al centro di un progetto reale, è quello di andare avanti insieme. Di diventare una cosa unica. Le sfide che dovremmo affrontare saranno sempre più difficili e complesse, pensare che si possano superare senza la politica, senza un decisore, senza la Federazione non è realistico.

Il futuro, oggi
15 Set 2017 09:38 - Riccardo Moschetti

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04 Lug 2017 10:05 - Riccardo Moschetti

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