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Iniziamo, quindi, questa narrazione di vita europea quotidiana.

Era una notte buia e tempestosa [cit.], e improvvisamente arrivò una mail: la mail di conferma di un periodo di studio all'estero, in particolare a Ginevra. Che poi, un federalista che fa un Erasmus, che in realtà non è un vero e proprio Erasmus, in Svizzera, sembra una barzelletta, ma continuiamo.

I mesi precedenti alla partenza hai la testa piena: oltre a tutta la gamma di emozioni possibili, dalla paura all'eccitazione, dalla malinconia di lasciare casa alla felicità di cambiare posto, c'è un iter di cose da fare che non sono uno scherzo.
Il tanto mitico quanto problematico Learning Agreement, disfatta di molti studenti, la ricerca anticipata di una casa, del mobilio, la pianificazioni di incontri con agenzie immobiliari. E io sembravo essere più o meno a posto: casa trovata, mobilio pensato (viva il fai-da-te e i bancali, ottima risorsa per un letto alternativo), incontro pianificato.

Poi, partenza.

La settimana scorsa sono salito per la prima volta nella città che mi ospiterà per i prossimi mesi. Forse.
Ci si accorge del cambio di esperienza fin dal treno. A parte la quasi-stereotipica modernità del treno stesso (svizzero, ovviamente), il confine svizzero è uno dei pochi, vicino a noi, che permette di assaporare un ritorno al passato: il fatidico controllo dei documenti, cosa persa (per fortuna) da tempo tra le altre frontiere. Tanto da sembrare una pratica assurda.
Poi, il cambio di lingua: fino a Domodossola, l'italiano regna sovrano, unico monarca del monopolio della comunicazione. Subito dopo, la parola più lunga nella lingua della penisola è "Buongiorno". Il resto è francese, tedesco, inglese.

E sul treno, la prima sorpresa: nonostante le raccomandazioni e i contatti anticipati, arriva la mail dall'agenzia, poche ore prima dell'incontro, che ti comunica che l'appartamento tanto agognato è appena stato affittato. Sfortuna? Ingenuità? No, italianità. Ve lo spiego tra poco.

Lasciato il treno, c'è il primo assaggio della città. A partire dai biglietti del tram, che puoi comodamente acquistare con una carta di credito alla fermata, sotto il suo cartello. Questo tram, in particolare, porta in Francia, a Gaillard e Annemasse, due cittadine di confine in cui tutti quelli che non hanno poi così tanti soldi si rifugiano a vivere, e a fare i frontalieri. Alla frontiera, altra piccola sorpresa: salgono i controllori. Ora, abituato a vivere a Torino, tiro subito fuori il biglietto e lo mostro. Ma a loro non interessa il biglietto, interessano i documenti, di nuovo. Ok, me la sono cercata, ma un po' di fastidio a pensare che tutti i giorni sarà così, due volte al giorno...

In Francia, dato il "largo" preavviso della casa mancata, inizia la ricerca di tutte le possibili agenzie immobiliari. E ogni volta la solita storia. Vi faccio un riassunto della tipica conversazione in questi casi.

Tu: "Salve, cerco casa in affitto". Agente: "Certo, ha già visto qualcosa?"
Tu: "Si, [questo questo e questo]". Agente: "Ottimo. Lei è un lavoratore? Il suo stipendio è tre volte tanto l'affitto? Mi da le coordinate del suo conto Francese? Ah, anche le lettere di referenza".
Tu:"No, guardi, io sono uno studente, e non sono francese". Agente: "Ah".
[A questo punto, iniziano i guai]
Agente: "Beh, le serve un garante con tre volte l'affitto etc.etc.". Tu: "Ottimo, i miei genitori".
Agente: "Ok, mi servono [questi documenti] e il loro conto francese". Tu: "Guardi, in realtà lavorano in Italia, e hanno il conto in Francia".
[Normalmente segue una faccia del tipo: faccio finta di fregarmene qualcosa per cortesia, ma spero di non vederti mai più]
Agente: "Beh, le serve per forza un garante che lavori in Francia e abbia un conto francese. Finché non ce l'ha, non posso far niente".

Notare che l'ultima frase vale solo per quelli che dicono le cose "come stanno", altrimenti diventa un "Bene, la contatteremo al più presto [Leggi: Ma anche no]".

Ora, non è del tutto vero. Esiste una legge che permette a qualsiasi cittadino europeo di fare da garante in Francia. Ma spesso, se ne dimenticano o ti buttano addosso una quantità di possibili problemi a riguardo che a momenti chiedi a Crono di fare cambio e lasciarti la volta celeste da sorreggere. Specialmente se lo chiede un italiano, vengo a scoprire più tardi: a quanto pare, se lavori in Svizzera il problema non si pone. Mi domando se con altri paesi funzioni uguale o se sia una "vittoria" del Bel Paese.

Questo però mi porta a una prima riflessione da "Federalismo di prima mano". A ormai vent'anni da un piccolo evento chiamato "Trattato di Maastricht", mi trovo davanti all'inconfutabile verità: il nazionalismo regna ancora sovrano. Questo, più il fatto che noi italiani non siamo visti così bene.

Immaginate un continente in cui non importa entro quali confini siate nati, o dove lavorino i vostri genitori. In cui non siete francesi, italiani o tedeschi, ma "solo" europei. In cui se volete vivere a Nizza perché vi piace la Niçoise e lavorare a Ventimiglia perché vi piace il nome (anche se è strano), ricercare casa non diventa una lotta contro il tempo, l'ansia, lo stress e l'idea di un garante.

Attenzione: con questo non intendo dire che dovrebbero esserci leggi uguali in ogni paese. Intendo dire che avere uno stato sovranazionale, con dei meccanismi che permettano di "armonizzare" le leggi nazionali, sarebbe un'enorme risparmio di stress. Problemi con la mancanza di un indirizzo? Un ufficio Europeo che permetta il (momentaneo) passaggio. Problemi con la mancanza di un conto in banca? Stessa cosa, momentanea, che permetta di traslare tutto ciò che serve nel proprio conto locale.

Non è uno scherzo: la struttura legale ed economica richiesta è enorme. Ma non si può pensare, in un mondo localizzato, ad avere un conto/indirizzo/cellulare in ogni paese...

Anche se non sembra, parliamo di questo quando noi federalisti parliamo d'Europa. Ma per il momento, passo e chiudo.

PS: Giusto per aumentare l'amarezza della cosa, ho scoperto che la casa affittata è tutt'ora libera. Ma ho ancora speranza, sia per la casa che per la fine del nazionalismo. Questa speranza si chiama Valérie, ha circa quarant'anni, è francese, ma ha lavorato in Italia, all'Università di Perugia, per molto tempo. E per il momento, mi ospita. Magari vi parlerò di lei prossimamente.

Noi federalisti, come saprete (E se non lo sapete, sapevatelo), parliamo spesso d'Europa. Con un piano ben preciso: uno stato federale. Spesso presentiamo la cosa in maniera dettagliata (a volte, troppo) e con parole d'ordine e un linguaggio da scienziati politici. E come spesso ci fanno notare, sembriamo "utopici", pieni di belle idee e teorie, ma non di pragmaticità. Non è del tutto vero, ma posso capire che spiegazioni come "Pace perpetua", "Esercito comune", etc possano spaventare (o non essere chiari).

Ma non è solo alle grandi teorie che ci rifacciamo. Quando parliamo d'Europa, anche se può non sembrare, abbiamo in mente anche i problemi di tutti i giorni, le esperienze quotidiane che la nostra generazione di globalizzati si trova davanti. Per questo nasce ora una nuova rubrica su gfepiemonte.eu: Vivere l'Europa.

Non sarà il solito genere di articoli: come avrete notato, ad esempio, è scritto in prima persona. Perché di esperienze di prima mano si tratterà, in particolare. Saranno le esperienze di ragazzi che, per un motivo o per l'altro, si sono ritrovati distanti da casa, in un altro Paese Europeo (o annesso).

Finché siamo nella comodità di casa nostra, non ce ne accorgiamo, ma uscire dal proprio Paese è ben difficile. Anche quando si tratta di esperienze brevi ma arricchenti, come un Erasmus. E proprio di questo parlerò io: dell'esperienza di un "Erasmus buddy", da Torino a Ginevra, con alloggio in Francia. Complicato? Non troppo.

Ma andiamo avanti: in questo post mi limito a tracciare il progetto della rubrica: si parlerà, come detto, di esperienze quotidiane, ma anche di un po' di teoria. Ad esempio, del perché un Erasmus è un Cittadino Europeo a tutti gli effetti. O di come venga trattata l'Identità Europea. O ancora, del rapporto tra un ragazzo Italiano, i residenti di una città di frontiera francese, e i nostri cari vicini svizzeri.

Spero che questo possa aiutare a capire meglio il nostro entusiasmo per l'Europa (questa sconosciuta...), e in particolare per il progetto di uno stato sovranazionale federato.

Cosa dire di altro? Cercherò di pubblicare un post ogni settimana, ma non prometto niente. Spero, però, che qualche lettore voglia contribuire al progetto, e sia disposto a condividere le sue esperienze, le sue idee, il suo vissuto.

Quindi, restate connessi. E a presto!

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